mercoledì 24 ottobre 2012

Scrivere


Scrivere, arte o esercizio che sia, implica disciplina, applicazione, dedizione, amore; riprendo il blog. Marta Zacchigna mi ha esortato a parlare, Roberto Srelz a continuare. Che dire, mi sono presa una pausa o aspettavo di avere qualcosa da dire; forse, pensare che avrei avuto qualcosa di mio da leggere o da far leggere mi ha sedotto più di qualsiasi incoraggiamento esterno.
Le parole conferiscono immortalità al pensiero, ma non è all’eterno che ambisco; l'appello che faccio all’infinito è per chiedere un dialogo; quando possibile, vorrei interazione con te, te che leggi. Sarebbe bello.
Scrivo per vedere come resisto alle furie del mio spirito e agli azzardi del vivere. Chi sa che non sofistichi una dimensione strategica nello scrivere, e che da lì trasponga una grandezza espressiva anche nel mio quotidiano- nel parlare, nel vivere; ho necessità di conferire un nuovo ordine ai giochi del pensiero che per la ricchezza dei mutamenti del tempo, degli eventi, dello spirito, mi sfuggono. Auspico incontri straordinari, e schemi di apertura mentali innovativi. E forse, ho bisogno di te.

Settembre 2012

Al fanciullino che dimora in me, che ha disperato bisogno di incanto ho dato impercorribili scale che né scendono né salgono e pare che scale non siano; alla parete ho dato i tappeti persiani di missioni passate e i gatti, che gatti non sono, abitano solo tele, anch’esse, di epoche remote; in quei tempi, pensavo che il fanciullino fosse disperso per cime, e che il mio infallibile spirito d’intuizione si fosse recato a cercarlo senza mai reperirlo, senza mai tornare lui stesso. Ed ora, tra i cristalli che volteggiano nei miei occhi, senza che l’argento sia giunto, inizio a vedere la depauperazione dei miei stessi pensieri. Senza accorgermene, avevo lasciato piazze, biblioteche, scuole, treni, caffetterie, sale da ballo, scatole da aprire, senza il segno del mio passaggio; e loro invece, i miei luoghi, mi cercavano, mi urlavano, ma io, che attendevo il ritorno del mio spirito non mi ero accorta che dimorava con me, ero io l’ombra, mi sentivo come un corpo nel silenzio del mezzogiorno.

Laura


Presto, avremo il potere di ammirare nelle nostre opere l’eccellenza che ci proponiamo. Ora, patiamo gli impedimenti dei nostri spiriti, dell’epoca, dell’ottusità di alcuni e della debolezza di tanti; ma vedi, ci si può frapporre terra, mare e ottusità, che non faremo cenno di interesse né renderemo degno di concetto di interesse quello che eccellenza non è. Del tuo valore, io vedo già la matrice, agli altri rimarrà da interpretarne il segno; ma ci arriveranno, un giorno, lo so.
Ogni nostra opera, di musica, di disegno, o di poesia, dettata da un intento qualsiasi dello spirito, non si giudica dalla qualità della forma, di per sé incommensurabile, a meno che non sia una patacca evidente, quanto dall’effetto che produce nell’animo di chi legge.
Dimmi, amica mia, amico mio, in che modo possiamo sortire quell’effetto di eccellenza che il cuore e l'immaginazione merita di penetrare quando guarda?

sabato 11 febbraio 2012

L'attivista culturale.

Quando  l’artista contemporaneo amplia il proprio lavoro, e dallo spazio creativo personale si muove verso le diverse strutture della società, genera contesti critici rispetto al sistema dell’arte. Quando amplia il proprio lavoro, l’artista genera spazi partecipativi e comunicativi, e diviene un attivista culturale.

Poesia, aneddoti, frequentazioni, amicizie, passioni, tracciano l’indirizzo dello spazio partecipativo e comunicativo dell’artista. Questi, opera affinché l’arte si emancipi verso la Bellezza, si sofistichi in termini culturali, e si compia in spazi sempre più ampi e partecipativi; tali spazi, luoghi d'incontro intellettuale, permettono lo scambio tra pittori, poeti e scrittori, naturali compagni di strada.

Servono figure di rac­cordo, servono attivisti culturali, persone normali, che impegnate ad accrescere la propria cul­tura, ad intessere relazioni con gli intellettuali, si appassionino all’arte e all’uomo. L’attivista culturale si confronta con la società, con lo spazio che vive, ed è pronto a generare nuovi contesti culturali. L’attivista reagisce in maniera conforme ai principi della società in cui vive, mette in discussione gli elementi del tessuto sociale, interroga le diverse realtà, provoca un cambio di parametri, e una modifica nelle abitudini.

L’impegno dell’artista, va oltre il generare fenomeni puramente estetici, si estende alla dimensione dell’esperienza vissuta.  L’azione dell’artista, è mossa da una sensibilità,  è consapevole e critica del mondo circostante; il suo atteggiamento è etico, la coscienza é culturale, sociale, e politica.


L’attivista culturale trova il modo di dare peso alla forza della Bellezza, l’attivista deve  esserci: non parte da zero, testimone del dinamismo culturale, indentifica gli individui caratterizzati dalla volontà di migliorare la vita propria, e quindi, la società. Le realtà intellettuali, anche le più valide, spesso si ignorano recipro­camente; compito dell’attivista è di riunire ogni specificità verso uno spazio dialogico, generando luoghi creativi, partecipativi e inclusivi.

lunedì 16 gennaio 2012

nota.

Nell'indagine dal passato prossimo al contemporaneo permanente, espungo lo scarto, inteso come problema, e allontano ogni crisi che non dà rivoluzione; mi espongo al presente, perché raccolga ogni sacra virtù insieme ai miei propositi sotto la sua ala protettiva.

Parlami d'amore.

Dell’amore non si dovrebbe parlare, l’amore basta a se stesso e deve soltanto essere vissuto. Nell’amore non c’è esecutore, né pubblico, né lettore, e qualsiasi cosa si dica intorno agli affetti è un’eccedenza  sonora, linguistica, critica, narrativa,  a volte fuorviante. L'immediatezza emozionale del linguaggio sentimentale non ha bisogno di interpreti e ognuno lo sperimenta da sé.

Come viventi, amanti, artisti, manifestiamo l'esigenza di creare, senza riuscire a spiegarne il come e il perché, opere di particolare bellezza e qualità; l’amore ha permesso che in ogni epoca e in diversi stili si sia contribuito a nutrire il corpo armonico di capolavori che va sotto il nome di arte, e che possiamo definire amore.

Per amare qualcosa o qualcuno, si presuppone uno slancio incondizionato che tenda verso quella determinata cosa o uno. Non è necessario parlarne la stessa lingua, capirne il codice, e non c’è bisogno di ricorrere ad alcun vocabolario per amare. Per parlare di amore è necessaria un'educazione sentimentale di cui gran parte della popolazione è paurosamente carente, e confermo che l’impresa non sia facile. Io non parlo d’amore, e nella riflessione, sono intenta a ridurre la distanza tra un codice condiviso e il mio deficit artistico: dallo scarto, un giorno,  mi sorprenderò a darmi altre prospettive, ad eliminare ogni distanza tra il linguaggio universale e la necessità di una narrazione sentimentale segreta.

Dell’amore non si dovrebbe parlare, l’amore basta a se stesso e deve soltanto essere vissuto, ma forse, scriverne, ha un ruolo: proseguire un percorso, ridurre scarti.
Nell’ascolto, nella composizione, nella lettura del nostro pensiero, intraprendiamo un percorso che gradatamente ci porta dove ben sappiamo: all’arte.  Come viventi, affermiamo l'esi­genza di raccontare che cosa sia l’amore per noi e quale universo di bellezza e qualità sia; tale esigenza non può essere spiegata, perché è fine a se stessa.

sabato 5 novembre 2011

Il sogno del ragazzo che voleva andare a Yellowstone.

II passaggio dal sogno al risveglio può essere la più dolce delle rivoluzioni intraprese in un istante; sì, dolce, perché quando ci si accoccola nel ricordo, nei momenti di silenzio che accompagnano alla colazione, pare che l’emanazione amabile delle immagini non ci lasci; dolce, perché se ci sforziamo di ricordare, si merita per impegno un viaggio che apparteneva unicamente alla fantasia. Il sogno, seppur sia un passato mai trascorso, quando splende di verità espandente può essere conquistato; l’impegno a ricordare è per me un’estensione mnemonica del passaggio veglia-risveglio.

Mi sono sognata sul pendio di una collina, al riparo di una galleria scavata entro la roccia; la cima del colle mi privilegiava della vista di una città incastonata tra le montagne, e le ore che preparano al tramonto avevano disposto nel cielo i colori tranquilli e acquosi dei libri per l’infanzia. Ero felice; ero felice di poter contemplare un panorama di cime e di nuvole perlacee e gentili. C’era un ragazzo con me, mi aveva presto accompagnato a recuperare degli scatoloni, in cui libri di musica, di arte, di storia, di fotografia, giacevano intatti e ordinati; erano stati abbandonati sulla collina e sembravano mai stati aperti prima; erano manuali pregevolissimi, solo a guardarli arricchivano lo spirito ed  io li sfogliavo incantata e onorata; erano miei solo perché li avevo recuperati.

Il ragazzo, con voce franca, ferma e pacata mi parlava della sua vita, dei progetti intrapresi e del sogno di avere in futuro una famiglia. Diceva che avrebbe voluto costruire una bellezza tutta sua, parlava del desiderio di portare i figli, che sperava di avere in futuro, al parco di Yellowstone; il ragazzo, giovane nel volto e adulto nel tono e negli intenti, era serio e sereno; Yellowstone era solo un progetto ipotetico che lo faceva sorridere ad immaginarlo, il vero sogno che riempiva quell’uomo erano i valori e gli affetti. Se Yellowstone è la cifra simbolica dei sogni-progetto di quel ragazzo, il mio sogno-reale diventa grammatica, una base per comprendere i simboli rivelatori dei miei sogni, un piano per la costruzione di una Bellezza a cui io aspiro.

Sognare, è il tentativo vittorioso di essere in due luoghi nello stes­so tempo, e nel ricordo della visione la percezione del mondo si amplia di possibilità. Come nel sogno possiamo fare un ritrovamento casuale e fortuito, incontrare persone placide che rendono felici solo ad ascoltarle, ci sentiamo incentivati a credere nelle bellezza dei sogni: a chi crede che la bellezza a cui si fa qui riferimento assomigli ad un’aspettativa, a chi pensa che si tratti di un'attesa prolungata senza sapere cosa, noi rispondiamo che non stiamo assecondando un ordine, non ci stiamo mettendo in ghingheri per una festa pianificata per una data precisa, perché il nostro impulso deriva dalla sensibilità per le cose distanti. Il sogno è la possibilità del viaggio, e dà significato alle ambizioni del cuore che cercano immagini (altrimenti sarebbe­ro solo sensazioni).

Se sappiamo sentire la dolcezza che proviamo al risveglio, possiamo tornare al movimento che abbiamo nel sogno e le immagini possono diventare simboli di qualcosa di ulteriore- della speranza, del desiderio che la bellezza espandente si possa afferrare, meritare, promuovere. Quando prolunghiamo la sensazione del sogno, quando ci impegnamo a dare colore, parole, significati ai nostri simboli, al contempo stiamo già immaginando il nostro progetto di vita, e senza saperlo, stiamo lavorando sugli altri aspetti che quel sogno può offrire.